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E’ la prospettiva visuale meno celebrata, dell’Etna, ma sicuramente tra le più belle. Perchè se il viaggiatore che arriva in Sicilia cerca l’emozione del contatto visivo diretto con quella che ne è la cartolina per eccellenza, quella che dalla sommità del vulcano attivo più alto d’Europa non sempre dolcemente declina verso il mar Ionio, tra il Golfo di Catania e l’Isola Bella di Taormina, potendosene ammirare la maestosità anche da Augusta, nei giorni in cui l’aria è tersa e non offuscata dallo scirocco che arriva dall’Africa, spostandosi sul versante ovest si viene rapiti dal dipanarsi di un panorama meno conosciuto ma non meno emozionante. E’ qui che le nevi riposano più a lungo, è qui che la fitta vegetazione dei boschi viene improvvisamente rotta dal flusso delle colate che, sovrapponendosi l’una all’altra, creano vere e proprie cesure nella continuità

del paesaggio, ricordando ad ogni passo il primato della natura sull’uomo. Ed è qui che sembra quasi giacere Bronte, accocolata su una collina che gli consente di dominare la vallata circostante, svettando come sentinella che introduce, guardando a destra, il maestoso stagliarsi della Muntagna (come la chiamano i catanesi), e a sinistra verso il complesso dei Nebrodi, percorrendo la strada che da Cesarò conduce a San Fratello e poi giù verso il Tirreno, a Sant’Agata di Militello e Capo D’Orlando. Ed è proprio la sua posizione strategica a rivelare una delle innumerevoli meraviglie nascoste della Sicilia: quella di essere celebrata terra di mare che nasconde al suo interno straordinari territori di montagna, come uno scrigno di lucente bellezza che, però, è capace di affascinare ancora di più solo che si voglia avere la pazienza di scoprirlo.

Bronte ha una storia lunga, che affonda le sue radici addirittura in epoca romana, come avamposto militare. Ma la sua importanza storica si concretizza nell’XI secolo, quando sbarca in Sicilia Giorgio Maniace, generale inviato dall’imperatore Michele V a capo di un esercito composto da bizantini, normanni e lombardi, per contrastare l’avanzata saracena. Giorgio fece costruire un piccolo cenobio, dotandolo di una piccolo icona che, leggenda vuole, sarebbe stata dipinta da San Luca Evangelista.

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Ed è proprio intorno al Cenobio di Maniace che la nostra storia prenderà impulso. Nel 1173 la regina Margherita vi fondò una abbazia benedettina il cui primo abate fu il francese Guglielmo di Boris. Da quel momento l’abbazia crebbe e prosperò, grazie alle innumerevoli donazioni nobiliari e alle crescenti ricchezze prodotte dalle rendite agricole, venne dotata di una fortificazione che poi, a metà del XV secolo, fu trasformata in castello: il castello di Maniace.

Benedettini, francescani, basiliani, si alternarono nei secoli alla guida dell’abbazia, fino a quando il 3 settembre 1799 Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli, decise di assegnarla ad Horatio Nelson, insignendolo del titolo di Duca di Bronte. Il “Re Nasone” concesse tale liberalità per ringrazire l’ammiraglio capo della marina britannica del suo contributo alla vittoria sulla Repubblica Napoletana, nella guerra civile che insanguinò Napoli tra il 1799 e il 1800. Solo che la storia ci racconta una vicenda diversa da quella che il riconoscimento sembra

configurare: e cioè che l’intervento “decisivo” di Nelson arrivò solo dopo che il cardinale Fabrizio Ruffo, alla testa del suo esercito, aveva già sgominato i patrioti napoletani (i francesi avevano già lasciato Napoli, dirigendosi prima a Roma e poi ritirandosi nel Piemonte) e si limitò solo a smentire le condizioni di resa trattate dallo stesso Ruffo con gli insorti. Come conseguenza questi vennero, proprio da Nelson, consegnati alla vendetta del sovrano, tra i quali il grande Fabrizio Caracciolo, ammiraglio della flotta napoletana. Ma questa è un’altra storia.

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Castello di Nelson e Ducea di Maniace
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Lord Horation Nelson, I visconte Nelson

La nostra continua con gli eredi di Nelson che gestiranno la ducea fino agli inizi del XX secolo, rendendosi co-protagonisti di uno dei fatti di sangue più controversi e più penosi dell’intera storia risorgimentale italiana: quello passato alla storia come i Fatti di Bronte. Accadde infatti che, dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala, un gruppo di patrioti del luogo che credeva negli ideali risorgimentali si sollevò, pensando che i tempi fossero maturi per operare una redistribuzione delle terre, ancora organizzate nel latifondo, alleviando la condizione di miseria della popolazione contadina. Ma fu lo stesso Garibaldi, attraverso l’invio del suo Nino Bixio (caldeggiato proprio dalla ducea inglese) a reprimere la rivolta nel sangue, uccidendo coloro che avevano

creduto in quegli stessi ideali di liberazione propalati dall’Eroe dei Due Mondi. Durante il fascismo la ducea venne espropriata, per poi ritornare agli eredi di Nelson a conclusione della seconda guerra mondiale. Fino a quando, nel 1981, ormai spogliata di tutti i suoi beni ed arredi, venne definitavamente acquistata dal Comune di Bronte e sottoposta ad un importante lavoro di restauro. Si arriva così ai giorni nostri, dove la plurisecolare storia della Ducea, che fu anche una storia di sopraffazione della classe contadina, trova proprio nella terra e nei frutti della terra il riscatto, attraverso il suo prodotto più prezioso, l’oro verde del territorio di Bronte: il pistacchio.

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